I dazi imposti dagli Stati Uniti ai prodotti europei sono una scelta sbagliata, anacronistica e dannosa. Colpiscono duramente settori strategici dell’economia continentale – automotive, siderurgia, agroalimentare – mettendo in difficoltà non solo le grandi industrie, ma anche le piccole e medie imprese che da anni investono sulla qualità, sull’export e sull’innovazione.
Le ricadute sono concrete: si fermano gli investimenti, si tagliano posti di lavoro, si riduce la fiducia. Anche nei territori più piccoli e interconnessi, come molte realtà italiane Valle d’Aosta compresa, si avvertono già gli effetti di questa crisi. Basti pensare ai primi effetti nello stabilimento siderurgico della Cogne Acciai Speciali: la non conferma di alcuni contratti a tempo determinato in scadenza e un clima di incertezza che preoccupa azienda a sindacati.
Questa vicenda è il simbolo di una globalizzazione mal governata, che invece di costruire cooperazione e stabilità, alimenta rivalità e incertezza. L’instabilità non è un tema astratto: frena l’economia reale e mette a rischio persino i risparmi previdenziali dei cittadini, legati all’andamento di mercati e filiere industriali sempre più vulnerabili.
In questo scenario, fa impressione l’assenza di una vera reazione da parte del Governo italiano. Nessun piano di sostegno per le imprese colpite, nessuna iniziativa forte in sede europea, solo narrazioni consolatorie e slogan identitari. Mentre il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha già stanziato oltre 14 miliardi di euro per proteggere il proprio sistema produttivo, in Italia prevale il silenzio o, peggio, l’illusione che un presunto rapporto personale tra Giorgia Meloni e Donald Trump possa bastare.
Ma le relazioni internazionali non si costruiscono con le foto e le strette di mano. Servono alleanze, competenze, istituzioni credibili e una visione condivisa. È solo con una posizione unitaria e autorevole che l’Unione Europea può rispondere in modo efficace, difendendo i suoi standard, le sue imprese e il lavoro dei suoi cittadini. È tempo di dire basta agli slogan. Serve una strategia industriale europea, un’agenda commerciale ambiziosa e un’Italia protagonista, non ai margini. Perché in un mondo che cambia rapidamente, chi resta fermo viene travolto.
Questo disastro è figlio dei primi 100 giorni della nuova amministrazione Trump e di un’Italia che ha scelto di restare in disparte, ai margini delle vere trattative politiche. È tempo di alzare la voce, e di tornare a fare politica europea con serietà, coraggio e visione. L’economia ha bisogno di regole stabili, non di incertezza continua. L’insicurezza mina la fiducia, scoraggia gli investimenti, mette a rischio posti di lavoro e risparmi. Lasciare che l’instabilità diventi la norma è una responsabilità politica grave.

